“Invidio i ragazzi di oggi e non ho paura dell’intelligenza artificiale”. Giuseppe Tornatore si racconta al Baff
Il grande regista siciliano ha raccontato la sua carriera, i suoi esordi da regista, la nascita della sua passione per il cinema ma ha anche detto la sua sulle nuove generazioni e le possibilità offerte dalla tecnologia

Nel raccontare il regista in erba che fu, Giuseppe Tornatore, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, risulta dapprima ammaliato dallo scenario attuale “straordinario e bellissimo”. Ecco che velocemente raggiunge i giovani nel cinema Lux di Busto Arsizio, ospite (ieri sera, giovedì) della ventitreesima edizione del BA Film Festival e intervistato dal direttore della rassegna Giulio Sangiorgio.
Dalla pellicola allo smartphone, fino al rapporto con l’Intelligenza Artificiale
Illustra come siano cambiati i tempi, come si sia passati da un «rapporto quasi alimentare con la pellicola» e come sia «meraviglioso che i ragazzi oggi abbiano l’audiovisivo come linguaggio». A un bilancio tra ieri e oggi, Tornatore evidenzia come «prima ti dovevi arrangiare, era costoso mentre oggi nessuno ci regala cellulari ma tutti ne abbiamo uno e con il telefono si ha già qualità sufficiente per fare un film, sarà poi il produttore a decidere di fare la “bella copia”».
Ai ragazzi e alle ragazze, di cui ammette di invidiare l’epoca, confessa «non ho paura dell’intelligenza artificiale, so che può avere anche un’applicazione nociva, ma anche la dinamite può aprire un passaggio in una montagna o essere usata per uccidere». Nelle nuove tecnologie il regista individua «il mezzo in più che i giovani hanno a disposizione per raccontare una storia che li appassiona e che pensano possa interessare agli altri».
Se il mezzo ce l’hanno tutti, cosa raccontare è la vera sfida. Tornatore si dice preoccupato della confusione, dettata anche dal «bombardamento di immagini che ci ubriacano e destabilizzano». Suggerisce di mettere in scena le così chiamate storie ombelicali «quando già ci si è fatti le ossa». Agli aspiranti registi suggerisce di cercare di studiare le leggi del linguaggio audiovisivo dei suoi tempi, «necessarie per farsi l’occhio». Rassicura il pubblico: «Le sale non saranno più l’asse principale della sfera commerciale dei film, ma il cinema ci sarà sempre».
Il rapporto con il cinema inizia con la sala cinematografica
A 13 anni con il Super 8, Tornatore ammette di aver iniziato a fare cinema, diventa poi programmista e regista esterno, coinvolto di tanto in tanto dalla sede regionale della RAI di Palermo. Collabora in Cento giorni a Palermo, successivamente si trasferisce a Roma. Tuttavia, il rapporto tra Tornatore e il cinema inizia ancora prima, con la sala cinematografica, «coi primi film e i primi titoli di coda che inizia a saper leggere». Racconta un aneddoto d’infanzia ove, seduto sulle poltrone del Supercinema a pochi passi da casa, così si interrogava riferendosi ai personaggi proiettati sullo schermo: «da dove sono entrati questi giganti?». Aggiunge: fu mio padre a spiegarmi cosa significasse regia di e diretto da, così io dicevo di voler fare quello da grande. Solo anni dopo è diventato qualcosa di più consapevole».
Il cinema frequentato da spettatore, organizzatore e proiezionista. È l’Indagine personale su come avviene il miracolo della proiezione che porta in pochi anni Tornatore a scoprire la cabina. Impara come si fa a far funzionare il proiettore, «proprio mi piaceva», fino a diventare un buon proiezionista e ad iniziare a sostituire i professionisti, finendo per lavorare tutta la settimana. La sua cinofilia trova spazio a scuola e in un cine club con molti soci fondato con degli amici. «Avevamo più iscritti noi al circolo che la sezione del partito comunista» – sorride.
Quali film hanno acceso la scintilla in Giuseppe Tornatore?
«In genere dico il primo film visto da solo al cinema, lo ricordo con particolare affetto» – dice. Si tratta di Gli Argonauti (Jason and the Argonauts) di Don Chaffey. Ammette però di aver consumato molti film. «Mi colpisce molto Vincitori e vinti, che ciclicamente rivedo, mentre Fellini mi fece scoprire un cinema che non si vedeva molto allora» e ancora «Ladri di biciclette fu un film che mi traumatizzò per la potenza emotiva ed espressiva che trasmetteva». Tornatore consiglia la visione di quelli che in qualche modo l’hanno forgiato e sottolinea come Gli Argonauti abbia una forza espressiva interessante e assicura «chi è attratto dagli effetti speciali ne rimarrà colpito, poiché sono realizzati con fotogramma singolo«. Obbligatoriamente da vedere è I sette samurai e scherza «i film di Antonioni mi auguro già li conosciate».

L’ispirazione del maestro
«Tutto nasce da una storia che mi piace, che mi conquista». Tornatore esemplifica svelando che Stanno tutti bene nacque da un’immagine della vita quotidiana. Viveva a Roma, già girava il camorrista, frequentava un ristorante vicino al Grande Raccordo Anulare, cenava sempre da solo. «Una sera dentro il ristorante notai un’altra persona che cenava in solitudine. Sembra uno che viaggia, mi disse il cameriere». La seconda frase lo colpì e lo affascinò, fantasticò immaginando dove stesse andando, sondò varie ipotesi fino ad una che lo colpì: andava a fare visite a sorpresa ai figli che vivevano per il Paese. La suggestione emotiva è stata invece fondamentale per Nuovo Cinema Paradiso. Il catalizzatore fu, finito il servizio militare, la chiusura da parte di un esercente cinematografico del cinema più antico del paese. Il gestore aveva invitato Tornatore a smontare e a prendere «se c’è qualcosa che ti serve». Anche l’innamoramento per un racconto può dar vita ad una pellicola. Il regista si scopre amante di Novecento di Baricco. Infine assicura «ho sempre scelto storie che io avrei voluto vedere al cinema, non ho mai girato film perché mi conveniva». Tornatore non ha realizzato film d’attesa, ma «solo film figli di un grande innamoramento, alcuni anche frutto di lunghe incubazioni. Alcuni sono venuti bene, altri meno bene ma li rifarei tutti» – sorride.
Dalle sale cinematografiche a Il camorrista
Ha iniziato a persuaderlo l’idea che questo mestiere che da ragazzino diceva di voler fare per gioco era davvero la sua strada. Prese coscienza di desiderare di fare questo mestiere e di «non fare uno di quei film ombelicali o che erano opere prime e ultime». Tornatore vedeva tutti film molto introversi, autoreferenziali, ma «non volevo niente di tutto questo, non doveva entrarci la mia storia».
Nel periodo tra il 1979 e il 1981, lavorava alla sede regionale della RAI di Palermo, durante gli anni di conflitto più cruento legato alla mafia. «Era un periodo difficile, Giuseppe Joe Marrazzo veniva spesso a Palermo per fatti di mafia gravi. Ci incontravamo regolarmente, e mi piaceva molto la sua professionalità e la sua visione». Tornatore approfondisce raccontando come un giorno, durante una conversazione, Marrazzo gli accennò di star scrivendo un libro, una cronaca romanzata sulle vicende di un boss camorrista. Scriveva con una portatile, probabilmente una Olivetti 32. «Era un uomo di grande determinazione, e nonostante le continue minacce della camorra – che gli fece saltare in aria la macchina – non si fermò. Addirittura, ricominciò a scrivere il romanzo per ben tre volte, dal momento che le pagine battute a macchina erano nella portiera della sua auto».
«Secondo me si potrebbe fare un film su questo» – disse Tornatore all’amico, e lui rispose «perché non lo fai tu?». Ecco i natali de Il camorrista, opera che «mi permise di portare avanti un progetto che sentivo come un dovere morale».
Per Tornatore il tema era interessante e per la prima volta la criminalità organizzata era raccontata non come invincibile, piuttosto ne emergevano le miserie. La produzione del film fu affidata a Goffredo Lombardo, che avevo conosciuto durante Cento giorni a Palermo «dove io ero presidente della cooperativa che si occupava della produzione esecutiva, mentre lui era il distributore».

Nel frattempo, il film trovò la sua strada: Lombardo finanziò solo la sceneggiatura che subì diverse revisioni. Massimo De Rita, lo sceneggiatore incaricato, «fece un ottimo lavoro». Nonostante le difficoltà economiche, il film prese forma, affiancato da una serie televisiva. Quando uscì, il film ricevette ottime critiche, ma non ebbe il successo sperato. Fu inoltre seguito da una serie di querele. Nonostante la mancanza di sequestro, i distributori decisero di ritirare il film e non trasmetterlo. La serie, che avrebbe dovuto accompagnare il film, non andò mai in onda e venne data per dispersa. Tuttavia, a distanza di quarant’anni, è stata ritrovata, restaurata e finalmente trasmessa.
Vincere l’oscar al secondo film è stato un peso importante?
«Non l’ho vissuto come un peso, neanche adesso. È stato un momento bellissimo, che mi ha dato poi molte opportunità. Dopo la vittoria non mi sono sentito di dover fare film da Oscar, non mi sono sentito obbligato a vivere come uno che aveva vinto l’Oscar, non ho sentito che la mia visibilità era cambiata». In chiusura riconosce che «l’educazione dei miei genitori mi è servita: non gioire troppo delle fortune, non rattristarsi troppo delle disgrazie».
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